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360°
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| birthday | 12 January |
| user since | 18 October 2003 |
| last visit | Thursday 18 February at 17:59 |
| total visits | 190 |
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La forbice va allargandosi, ormai si vede. Quella tra ricchi e poveri, certo, ma non solo. C'è quella tra precari e lavoratori fissi. Con l'andare degli anni pure quella tra scapoli e ammogliati comincia a far paura. E manco a dirlo i locali si dividono sempre più in due tipi. Da una parte quelli in cui porca troia come ci divertiamo zio, il prossimo giro lo pago io; dall'altra quelli che fanculo al conformismo i pantaloni me li metto sì per uscire, ma giusto perchè fuori fa freddo.
(Quale dei due tipi preferirà il sottoscritto autore?)
Sabato sera punto i piedi. Esigo un locale nuovo che c'ho il prurito del commento su milanotonight. Dav' alza gli occhi al cielo, dice ok, e teletrasporta il gruppo dall'altra parte della città per presentarmi un vecchio locale senza pretese, del tipo che piace a noi (fine della suspense): la birreria Stalingrado. Posto con pochi fronzoli. A inseguire il raro brivido di una serata senza averci attorno quei dannati occhiali scuri a mascherina.
Un tavolo da sette? Come no, subito pronto: niente attese, niente mucchi umani da dieci ad un tavolino tondo da quattro, niente camerieri coi tempi da pit-stop in formula uno.
Certo, per avere alcune delle birre in lista bisogna andarsele a prendere al piano di sotto, la birra media e quella in bottiglietta (33 cl.) costano comunque 5 euro (in certi casi è la stessa birra). Certo, il tavolo sembra un tagliere consumato e la birra weiss te la servono nei bicchieri sbagliati (due di noi si indignano). Certo, di supertope filigranate neanche l'ombra e il panorama umano un po' ne risente.
Però i panini sono buoni e i cocktails stanno sui 6 euro (qualche anno fa non avrei mai creduto di poterlo scrivere tra i pro di un locale). La cameriera non sarà miss mondo, ma si siede con noi per un po', dà consigli su affari di cuore e sorride. Sembra niente, ma può bastare a scongelare l'umore, almeno una sera, in questo maledetto inverno russo.
Venerdì 31 agosto: fine della settimana, fine dell'estate.
Che bbello, me ne vado al Living a prendere un aperitivo con gli amici redivivi.
Chissenefrega del parcheggio in divieto (dove sennò?): nu jeans e na maglietta me ne cammino per il marciapiede con la faccia ancora sporca di abbronzatura, l'ascella fresca di deodorante.
Il Living è sull'angolo, no, è l'angolo tra piazza Sempione (quella dell'arco della pace) e via Agostino Bertani, medico garibaldino (eh?). Tre vetrine su un lato e tre sull'altro. All'interno lo spazio è davvero poco e la gente si riversa all'esterno: tavolini, marciapiedi, muretti inclusi. Ecco perchè ci veniamo solo d'estate, col bel tempo.
Il bancone vero e proprio è sul lato piazza ed è talmente coperto di vassoi per cibarie aperitive che si possono solo intravedere i barman manovrare tra le bottiglie. Veloci cameriere fendono l'aria con traiettorie essenziali.
Riecco le facce amiche ad un tavolino fuori. C'è n'è pure qualcuna nuova.
Convenevoli, racconti e qualche risata. Poi riprendo fiato e contatto con l'ambiente attorno: buffet non molto vario, drink fatti al sessanta per cento di ghiaccio che costano "solo" sette euro, persone ben sopra i trenta, vestite in modo curato e lucide di pittura come statuine del presepe.
Per fortuna accanto a me c'è l'amico LaCazzula: un self-made sociologo dei meneghini. Mi spiega che al Living ci si fa l'idea del milanese, di quello un po' cagone ma non troppo (ci son posti in cui lo stereotipo è portato a ben altri livelli!), che l'ultima volta che siam stati qui, mercole 1 agosto, c'era molta più gente perchè chi sta all'ombra delle madunina il venerdì sera "si leva dai coglioni". Dietro di noi intanto una Ferrari romba romba e poi si allontana a trenta all'ora.
All'improvviso mi è tutto chiaro. Ma certo: le scarpe, i vestiti, i caschi momodesign, le facce imbronciate, la battuta non pronta ma preparata.
Questa non è la società - eureka! - ma un gioco di società!
Sono così contento che sento di dover catturare qualche immagine di tutto il teatrino. Sfodero la macchinetta digitale e immortalo qualsiasi cosa mi capiti, da vero invasato.
Due minuti e si avvicina una cameriera che senza nemmeno parlare mi indica una targhetta alla parete: vietato fare fotografie!
Torno al tavolo mogio.
A tirarmi su un altro paio di amici. Si fa la mossa FuckTheSystem: a pochi metri, dietro l'angolo (via Cagnola), senza nemmeno attraversare la strada, c'è una pizzeria che vende diversi tipi di birra in bottiglia a prezzi modici.
Quanto basta a rimettere in sesto l'umore e a convincermi che almeno noi si è diversi.
Saluto tutti e mi incammino sorridendo, contento.
Dura poco. Alla prima vetrina che costeggio resto di sale. La mia immagine riflessa mi rivela che io non sono nè meglio nè peggio: la mia faccia, il modo di muovermi, i miei vestiti sono identici a quelli di tutti gli altri burattini che vanno a fare l'ape al Living.
La nebbia a Milano è un luogo comune. C’è di rado: in serate come questa.
I milanesi lavorano molto? Dormono poco? Non rinunciano mai alla vita notturna nei weekend? Altri luoghi comuni. Eppure questo venerdì sera, nonostante gli arretrati di sonno, nonostante la settimana sia stata dura, me ne vado con i miei amici milanesi in un locale milanese chiamato Milano.
L’omino all’ingresso non saluta, ma nemmeno fa storie per farci entrare, bene. Superiamo i tendaggi svolazzanti, il cortile-corridoio, una fontana tonda di pietra ed entriamo nel locale vero e proprio. Ci guardiamo intorno. non fosse per la semioscurità e per un bancone circolare proprio al centro, penserei di essere al mercatone dell’arredamento di Fizzonasco, settore soggiorni: l’ambiente è ampio, con tanti tavoli e tavolini. E poi poltrone, divani, divanetti, seggiole. Fontanelle, separé, mobili bassi e lunghi, pile di riviste abbandonate apposta qua e là, lampade, sculture, soprammobili e qualche grosso pannello dipinto. Insomma un’esposizione di salotti messi uno accanto all’altro. Scegliamo il nostro loculo e ci sediamo. Il tempo di due respiri e abbiamo addosso un tizio con tratti sudestasiatici. L’amico alla mia sinistra solo un attimo prima di dirgli che non compriamo rose capisce che è un cameriere.
Chiediamo una lista.
Non le hanno.
Invece di inventarci ordinazioni improbabili e complicatissime (se lo meriterebbero) ci adeguiamo al luogo comune che vuole che il milanese prenda solo birra, mojito o negroni. Un minuto dopo che il cameriere ci ha lasciati se ne avvicina un altro identico (stesso camicione e vestaglia bianchi, stessa area di provenienza) e ci chiede cosa prendiamo.
Che il servizio non sia il punto forte del Milano ce lo conferma anche l’arrivo dei nostri drink: uno su quattro è sbagliato.
I prezzi aderiscono al (brutto) luogo comune per cui a Milano una birra piccola ti costa 4 euro, una birra media 5 e un cocktail 7.
La musica, strumentale e strumentalmente d’atmosfera, è diffusa al volume giusto: non disturba.
La clientela è mediamente sulla trentina e ben vestita.
Mi alzo dalla poltrona per fare qualche foto con la macchinetta digitale. Mi si avvicinano quasi subito due ragazze incuriosite che si mettono a consigliarmi le prospettive migliori. Mentre giriamo il locale sorrido tra me e me pensando che è soltanto un luogo comune quello secondo il quale le ragazze milanesi sono tutte antipatiche e ingrugnite. Ma poi, incuriosito dall’accento strano, scopro che le mie nuove amiche sono siciliane. Ti pareva!
Alla fine del reportage fotografico torno a sedere al mio posto, convinto anche dagli sguardi infastiditi di ragazzotti in completo grigio e auricolare da security che si aggirano per la sala inquieti come suore con un ritardo di tre settimane.
In conclusione le idee alla base di questo Milano non sono particolarmente originali, se ne accorge anche uno che non sia un gran conoscitore di locali: l’arredamento a salottini e i camerieri in stile coloniale si sono già visti altrove. Al Roialto, per fare un esempio.
In altre parole il Milano, come luogo, è piuttosto comune.
All’inizio di via Cadolini ti dici: “Non può essere qui: mi hanno detto che è in una zona industriale, ma vedo solo palazzi residenziali!”
Poi però procedi e la città comincia a marcirti attorno. Alla fine (della strada), individuato il Goganga (brutto nome), per metterti coraggio ti dici: “Che bello, ho trovato subito parcheggio!” Ma controlli bene di non aver lasciato niente di valore in auto.
Entrando sei portato ad alzare gli occhi per abbracciare con lo sguardo i muri colorati e l’alto soffitto dipinto a strisce.
Grave errore.
Sei nel regno della barriera architettonica: il pavimento è pericolosamente irregolare e ogni mezzo metro c’è un gradino, un dislivello...mancano solo le buche-trappola coperte di giunchi.
Ti rialzi dopo la rovinosa caduta che ha sparso ilarità tra gli avventori e, con fare disinvolto, cerchi per prima cosa i denti che hai perso, poi un posto a sedere.
I tavolini sono quasi tutti tondi e di diverse altezze. Scarti subito quelli stretti ed alti per paura di non farcela ad arrampicarti sulle sedie/sgabello a palafitta; quelli bassi accanto ai divanetti irregolari sono già occupati e lo stesso vale per i due minuscoli tavolini su di un piccolo soppalco. Non ti resta che “accomodarti”, insieme ai tuoi amici, ad uno dei tavoli circondati da strane sedie foderate in modo irregolare di pelle e di pelo bianco le quali ti regaleranno, fino a fine serata, la strana sensazione di aver schiacciato, sedendoti, un coniglio.
Ci sono molte cose che ti ricordano il Ragoo in questo posto: la inquietante presenza di misteriosi dischi metallici (sull’immancabile pannello con decorazioni astratte e persino sui lampadari!), i faretti, la scelta dei colori sui muri, la selezione musicale un po’ schizofrenica, la faccia del proprietario.
Il DJ, in una bella postazione sopraelevata, domina il locale e passa da pezzi anni 50 a pezzi attuali in meno di 10 minuti. Ciò ad un volume che ostacola le conversazioni e ti costringe a leggere sulle labbra del vicino ogni singolo concetto.
Il luogo, ricavato da un capannone industriale, non è molto grande, a pianta quadrata e, nonostante l’arredamento, non riesce a farti dimenticare le sue origini (complice, tra l’altro, un pilastro di cemento grigio piazzato nel bel mezzo della sala).
Ti concentri sulla lista perché hai già una cameriera alle costole che sollecita l’ordinazione.
Guardi i prezzi.
Cocktail: 7 euro.
Birra: 5,50 euro.
Ti fanno tornare in mente che un tempo uscivi molto più spesso la sera e il portafoglio non era sempre vuoto. Ringhi impercettibilmente mentre scegli. Per fortuna quasi certamente il drink sarà buono. Infatti hai notato la presenza del barman Roberto (from Ragoo, off course): lavora veloce dietro al bancone, proprio sotto una parete dipinta di rosso con grossi (finti) sassi arrotondati come incastonati nel muro che ti fanno pensare al greto di un fiume insanguinato.
Pian piano il locale si riempie e la temperatura prende a salire. Sempre di più. Fino al punto in cui ti rendi conto che non esiste impianto di condizionamento e che l’aerazione è affidata a due ventilatori sgangherati seminascosti.
Quando proprio non ce la fai più ti consulti con gli amici ed esci, allontanandoti dalle simpatiche ascelle del popolo della notte e ringraziando Dio per l’aria fresca che ritrovi all’esterno.
Una sera d’inverno, entro al birrificio di Lambrate con l’umore malconcio e tre amici al mio fianco.
Legno scuro dappertutto, soffitto dipinto rosso bruno e un’atmosfera da taverna del porto sull’isola dei pirati: barbe ispide, pacche sulle spalle, risate sghembe e poca voglia di formalizzarsi. C’è chi porta la camicia e chi una maglia logora, c’è chi ha quarant’anni e chi va ancora a scuola, c’è chi è da solo e chi si è portato la ragazza. Sono tutti molto amichevoli, anche con gli sconosciuti.
Il posto è molto piccolo, tre tavolacci da una parte e qualche tavolino dall’altra. un po’ sporchi, è vero, ma non ci si facciamo troppo caso. Sulle mensole che corrono lungo tutte le pareti fa bella mostra di sé una fila di vecchi boccali da birra in ceramica.
Andiamo a prenderci la nostra birra al bancone e torniamo al tavolo che condividiamo con due tizi dall’aria intellettuale.
Siamo sorpresi nel constatare che la birra (fatta artigianalmente) è davvero buona e che costa meno di quella (spesso mezza annacquata) che ci propinano in giro per i locali di Milano: la media costa 4,40 euro.
Quando arriva l’ora di tornare a casa ci alziamo e scambiamo una battuta anche coi ragazzi che si affrettano a prendere il nostro posto.
Di posti come questo dovrebbero essercene di più.
Entro e arriva subito una ventata di fastidio: mi sembra di stare nel deserto.
Un tempo si chiamava Gavi cafè, ora si chiama Sand cafè.
Un tempo aveva colori accesi e luci brillanti, ora è tutto dipinto color sabbia.
Un tempo era pieno di gente, ora non c’è quasi nessuno.
Un tempo era il locale del trenino: le persone ci andavano anche per vedere il grande plastico con campagne, colline e uno spaccato cittadino attraversati da binari e treni elettrici in costante movimento. Ora tutto il complesso giace senza la teca di plastica, senza i trenini, senza le luci, buttato per terra in un angolo.
Da molti particolari ci si accorge che i lavori di rifacimento non sono ancora terminati.
Subito dopo l’ingresso ci si trova di fronte ad un bancone circolare piazzato nel mezzo del locale. I tavolini sono appoggiati alle pareti. Sul lato del bancone opposto a quello dell’entrata la sala si allunga verso l’ex-“area ferroviaria” che adesso è riempita con altri tavoli. Salta subito all’occhio che in questa zona non ci sono ancora le luci: incombe una semioscurità quasi fastidiosa attenuata solo dalle deboli lampadine di un grosso lampadario che resiste vicino al bagno.
Guardo la lista. La scelta è tra tantissimi cocktails, ma il prezzo di SETTE euro di primo acchito mi lascia incredulo.
Anche considerando che la mia comitiva è numerosa, e quindi difficile da gestire, il servizio è piuttosto lento.
Fortunatamente il mio Jamaica Julep è abbastanza buono, forse un po’ troppo dolce ad essere pignolo, ma non è detto che il giudizio valga per tutti i drink visto che la ragazza seduta un paio di posti più a destra fa una smorfia disgustata dopo avere assaggiato dal suo bicchiere.
Torno a casa con la spiacevole sensazione dei granelli di sabbia nell’occhio: non ci tornerò presto.
Chiedo alla mia vicina di posto: “Beh, come ti sembra sto posto?”
“Spoglio”, mi dice.
E in effetti tra ciò che l’arredatore voleva ottenere e ciò che si vede c’è una bella differenza: la prima impressione è quella di un salone parrocchiale camuffato da locale anni sessanta.
Se non contiamo l’area sotto la tettoia esterna, che d’inverno non voglio neanche prendere in considerazione, e un ulteriore “spazio espositivo” di cui mi parlano ma che non ho idea di dove possa nascondersi, il posto è un grosso ambiente a pianta rettangolare. Quattro pareti dunque. Quelle piccole sono dipinte: una con linee tondeggianti e colori freddi dal blu al grigio, l’altra con forme squadrate e colori caldi dal rosso al giallo. Le pareti lunghe sono bianche. L’una interrotta da finestre e l’altra da strani dipinti appesi qua e là. Il soffitto è bianco con un brutto condotto di aerazione in metallo bene in vista. Appese qua e là in modo poco omogeneo delle lampade di carta colorata a forma irregolare e punta arricciata. A parte due (di numero) tavolini bassi con divanetti a lato, i tavoli quadrati sono decorati a colori vivaci, ma disposti in modo così regolare da dare l’idea della mensa aziendale. Probabilmente per aumentare la capienza del locale.
A ridosso della parete fredda c’è il piccolo bancone su cui viene sempre lasciato a disposizione del cliente un cestino pieno di patatine.
Ciò che si dice delle cameriere del Frida è vero, anche se capita di trovare delle eccezioni: non sono molto cordiali; forse un po’ fatte; impermeabili agli approcci creativi; si dimenticano di portarti il resto. Per fortuna cambiano spesso.
I drinks. Birra media 5€, cocktail 6,50€. Prezzi esagerati se consideriamo che la scelta non è ampia e la qualità non certo indimenticabile. Ai seguaci delle mode si segnala, sulla lista, una pagina dedicata ai cocktails all’assenzio. Non li ho provati.
La musica è assente o a bassissimo volume, impossibile dare un giudizio.
Capitolo bagni. Niente divisione uomini-donne. I wc spesso sono sporchi tipo fogna di Calcutta e l’antibagno, quando la porta viene lasciata aperta, è visibile da qualsiasi punto del locale: tocca di lavarsi le mani in mondovisione.
Date queste premesse ci sarebbe da metterci una croce sopra al Frida. E invece ci torno spesso e continuerò a tornarci. La nota positiva di questo posto è la gente, l’atmosfera che si crea. Non mi spiego il perché, ma qui mi sento a mio agio. Più che nella maggior parte dei locali in cui capito.
La popolazione è molto varia: ci si può trovare la coppia o la comitiva di amici; l’impiegato col cardigan o l’ambulante senegalese; il rapper “Jake la furia” dei Club Dogo o l’ingegnere aerospaziale.
Non si sa mai che tipo di persona si siederà al tavolo accanto. Viene voglia di socializzare.
Non capita mica dappertutto.
Arredamento anni settanta. È la prima cosa che ti colpisce quando entri al Ragoo. La luce è indiretta: lampadari con forme irregolari, faretti sparati sulle pareti coperte qua e là con pannelli a disegni tondeggianti. Le tinte vanno dal marrone all’arancione. Il locale è lungo e stretto: un bel bancone, ma pochi posti a sedere. Così, se è la prima volta che ci metti piede, lo percorri tutto, fiducioso di trovare un tavolino e qualche sedia per il tuo stanco fondoschiena, per trovarti alla fine di questo grosso corridoio, nei cessi, a chiederti: “e adesso?” Una metafora della vita.
La gente: variopinta e per lo più sopra i trenta. Con frequenza sospetta capita di trovarci elementi eccentrici: a giudicare dall’aspetto (anche se non lo si dovrebbe fare mai, si sa!) hai l’impressione di averli già incontrati in qualche incubo post-sbornia. L’atmosfera, comunque, è euforica; anche se dopo poco capisci che è un tantino artificiale: sembra che i più non si divertano davvero, ma ci tengano comunque ad ostentare allegria. Anche il barista, che ti serve da bere con un sorriso e una battuta, se lo osservi bene, poi si gira e sacramenta a denti stretti.
Occhio al fine settimana! Meglio evitarlo: il posto si riempie oltre il limite della comune capacità di sopportare la ressa. Immaginatevi dentro ad un vagone della metropolitana alle otto del mattino. Sostituite agli zaini e alle ventiquattrore in mano ai passeggeri, dei bicchieri colmi. Ecco, adesso aggiungete al quadretto dei camerieri che si fanno largo tra la folla a forza di gomitate, facendo rovesciare i drink (sia quelli che trasportano che quelli dei malcapitati sulla loro strada), senza manco chiedere scusa. Siete masochisti? Avanti, c’è sempre posto!
La musica. Ci sono delle serate a tema (il mercoledì, ad esempio, serata anni sessanta) e dei piccoli concerti sporadici, ma generalmente la selezione non ha troppa personalità: durante la settimana capita che alla postazione dei dischi non ci sia nessuno e che venga lasciato suonare un CD. Nel fine settimana il suono si fa leggermente più danzereccio, ma di certo non molto originale: un bel frappè di canzoni dalle pubblicità televisive, hit di qualche anno fa, un paio di sigle di vecchi cartoon, e una spruzzata di Buscaglione per dare un tocco retrò al tutto.
Prezzi e bevande. I cocktail sono proprio buoni (ma costano €6,8), la birra non è male (ma costa €5,20). Una mia amica ha chiesto una Cocacola ed ha avuto una bottiglietta da venti (20!!!) centilitri in un bicchiere con ghiaccio. Ha pagato € 3,7 (no comment). Ho provato a domandare il perché di prezzi così alti e mi è stato risposto: “Guarda che ci sono locali dove paghi molto di più e bevi molto peggio!” Un po’ come se un rapinatore ti dicesse: “Faccio il ladro perché in giro ci sono anche gli assassini!”
Non si dovrebbe fumare al Ragoo (come negli altri locali). A ricordarlo, qui c’è persino una targhetta, piccola piccola, sulla parete. Ma fumano tutti: camerieri e clienti. Tanto che, se la serata è affollata, torni a casa con gli occhi che ti bruciano.
| General | General |
|---|---|
| Service | Service |
| Price | Price |
| Ambient | Ambient |
| Music | Music |
| Food | Food |
| Drink | Drink |
| General | General |
|---|---|
| Emotions | Emotions |
| Effects | Effects |
| Entertainment | Entertainment |
| Plot | Plot |
| Soundtrack | Soundtrack |
| General | General |
|---|---|
| Screens | Screens |
| Comfort | Comfort |
| Audio | Audio |
| Parking | Parking |
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Sad Hour
Sugar Lounge16 July 2008
Versa la tequila sul ghiaccio in un bicchiere highball. Aggiungi il succo d’arancia e poi la granatina, goccia a goccia, al centro del drink: affonderà lentamente. Guarnisci con una fetta di arancia e una ciliegia. Adesso guarda la tua tequila sunrise controluce e lascia che il colore del cielo si confonda col suo, mischiando l’idea dell’alba con quella del tramonto.
Alle 19 di un pomeriggio infrasettimanale di luglio magari è proprio questa la prospettiva che hai coltivato in un angolo del cervello per tutto il giorno.
E invece capiti con qualche amico allo Sugar Lounge, via Alserio 9, Milano, dove un cameriere di nero vestito si cimenta nell’impresa di convincerti che no, non è un errore quello sulla lista, e che un drink che ha la parola “tequila” nel nome si debba in realtà preparare col rum bianco (e tacciamo per misericordia del succo di arancia scalzato dall’aranciata!)
Il servizio di certo non è un punto di forza considerando che il personale anche a locale semivuoto incalza le ordinazioni con inspiegabile fretta: “Ah, il vostro amico è andato alla toilette? Vabbè, voi intanto ditemi, che la sua ordinazione la prendo al volo mentre torna al tavolo”.
Il locale al piano terra è buio e deserto, al punto che, appena entrato, sospetti sia ancora chiuso.
Ma una scala a chiocciola ti porta via dalla sala ristorante in stile nave da crociera, fino ad arrivare al grande terrazzo sul tetto. Qui bisogna riconoscere gli sforzi di chi ha cercato di rendere piacevole questo spazio: muri tinteggiati di rosso, legno per terra, separé in canna di bambù e fioriere dappertutto. Peccato che l’effetto sia vanificato dalla collocazione tra palazzi ben più alti e dalla agghiacciante vista-incrocio che ricordano senza scampo che ti trovi in una delle città meno vivibili del vecchio continente, e non sul belvedere di Capri.
Nacque, il concetto di happy hour, come momento della giornata in cui si pagava meno per bere, in attesa della serata. Poi la grande trovata dell’aperitivo a buffet che aggiunse il cibo all’ora della felicità. La sfida per il titolo di miglior aperitivo in città ha spostato l’attenzione sull’abbondanza, sulla varietà, sulla bontà delle portate (qui il buffet non è male). In pochi si sono accorti della sparizione del prezzo ridotto. Fino ad arrivare al giorno d’oggi, in cui ti trovi davanti una lista con su scritto che perfino una media chiara, in happy hour, ti costa 10 sacri euro.
Dopo le 22 comunque si torna al paradigma “cocktail 7 e birra a 5 euro”.
Come dicono quelli del settore, tali prezzi non fanno che autoselezionare la clientela (troppo pettinata per i gusti di chi scrive): se ti piacciono gli uomini in cravatta e le femmine un po’ stagionate che sparano le loro ultime cartucce, questo è il posto che fa per te.
Io ringrazio, saluto, e me ne vado altrove.