-MX- Male

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Sugar Lounge

Sad Hour

Sugar Lounge
16 July 2008
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Versa la tequila sul ghiaccio in un bicchiere highball. Aggiungi il succo d’arancia e poi la granatina, goccia a goccia, al centro del drink: affonderà lentamente. Guarnisci con una fetta di arancia e una ciliegia. Adesso guarda la tua tequila sunrise controluce e lascia che il colore del cielo si confonda col suo, mischiando l’idea dell’alba con quella del tramonto.
Alle 19 di un pomeriggio infrasettimanale di luglio magari è proprio questa la prospettiva che hai coltivato in un angolo del cervello per tutto il giorno.
E invece capiti con qualche amico allo Sugar Lounge, via Alserio 9, Milano, dove un cameriere di nero vestito si cimenta nell’impresa di convincerti che no, non è un errore quello sulla lista, e che un drink che ha la parola “tequila” nel nome si debba in realtà preparare col rum bianco (e tacciamo per misericordia del succo di arancia scalzato dall’aranciata!)
Il servizio di certo non è un punto di forza considerando che il personale anche a locale semivuoto incalza le ordinazioni con inspiegabile fretta: “Ah, il vostro amico è andato alla toilette? Vabbè, voi intanto ditemi, che la sua ordinazione la prendo al volo mentre torna al tavolo”.
Il locale al piano terra è buio e deserto, al punto che, appena entrato, sospetti sia ancora chiuso.
Ma una scala a chiocciola ti porta via dalla sala ristorante in stile nave da crociera, fino ad arrivare al grande terrazzo sul tetto. Qui bisogna riconoscere gli sforzi di chi ha cercato di rendere piacevole questo spazio: muri tinteggiati di rosso, legno per terra, separé in canna di bambù e fioriere dappertutto. Peccato che l’effetto sia vanificato dalla collocazione tra palazzi ben più alti e dalla agghiacciante vista-incrocio che ricordano senza scampo che ti trovi in una delle città meno vivibili del vecchio continente, e non sul belvedere di Capri.
Nacque, il concetto di happy hour, come momento della giornata in cui si pagava meno per bere, in attesa della serata. Poi la grande trovata dell’aperitivo a buffet che aggiunse il cibo all’ora della felicità. La sfida per il titolo di miglior aperitivo in città ha spostato l’attenzione sull’abbondanza, sulla varietà, sulla bontà delle portate (qui il buffet non è male). In pochi si sono accorti della sparizione del prezzo ridotto. Fino ad arrivare al giorno d’oggi, in cui ti trovi davanti una lista con su scritto che perfino una media chiara, in happy hour, ti costa 10 sacri euro.
Dopo le 22 comunque si torna al paradigma “cocktail 7 e birra a 5 euro”.
Come dicono quelli del settore, tali prezzi non fanno che autoselezionare la clientela (troppo pettinata per i gusti di chi scrive): se ti piacciono gli uomini in cravatta e le femmine un po’ stagionate che sparano le loro ultime cartucce, questo è il posto che fa per te.
Io ringrazio, saluto, e me ne vado altrove.

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